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Nascita di una fotografia

Come nasce una fotografia?

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Ve la racconterò a modo mio, senza pensarci su troppo, come se stessi improvvisando su uno standard jazz del ’61

E’ un momento un po’ fiacco della giornata. La luce sta andando via, il ricevimento è già a metà, sono già stati serviti tutti i primi e il catering sta prendendosi la classica pausa per permettere agli amici di organizzare qualche gioco di intrattenimento.

E’ il momento di Kahoot, un gioco social dove gli invitati devono rispondere a delle domande sugli sposi tramite un app che si può installare sul proprio smartphone. Dal momento in cui gli amici annunciano e spiegano il gioco passa sempre un po’ di tempo, perché le persone devono installare l’app, capire come funziona, fare delle prove. Insomma, un momento di stasi completa. Non succede nulla. I volti sono tutti chini sui telefoni, oppure verso il telo dove vengono proiettate le istruzioni del gioco.

Gli sposi sono seduti, in trepidante attesa.

Io mi aggiro tra i tavoli, in una sala stracolma di persone dalla quale a stento si vede il cielo, come un cacciatore in pausa, mi manca solo la sigaretta in bocca, quando all’improvviso mi squilla il telefono. E’ Gabriele, il mio collega che oggi mi affianca.

“Esci un attimo”

Esco, quasi preoccupato.

“Dimmi, che succede?” “Guarda la fontana”

Io guardo e allora capisco. Dentro alla fontana quieta sta prendendo vita una vampata di fuoco rosso, come se volesse scaldare quella giornata umida e piena di pioggia e far compagnia a delle ninfee che si gustano gli ultimi sprazzi di luce.

“Dai, chiamiamo gli sposi”, mi sospinge Gabriele. Io sono sempre molto titubante nel “prelevare” a forza gli sposi, perché ho paura di interromperli, di essere invadente, di spezzare un momento per loro importante.

Corro in sala, il gioco non è ancora iniziato, loro sono ancora seduti al tavolo in attesa. Dico solo poche parole: “c’è una luce bellissima, vi chiedo solo un minuto di tempo poi vi lascio al gioco”. Giulia e Zeno non si guardano nemmeno in volto e annuiscono contemporaneamente, si alzano e in meno di 30 secondi siamo alla fontana.

Sanno già cosa fare, abbiamo fatto quasi un’ora di foto al santuario a Inverigo: io e Lele diciamo loro solo dove mettersi. In pochi secondi componiamo la scena e scattiamo, non abbiamo molto tempo. Ho poi in borsa un nuovo grandangolo, quale occasione migliore per usarlo?

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La foto di per sè è perfetta, ma nella mia testa rimane un senso di insoddisfazione:  ho dentro ancora quella voglia di tirar fuori quel fuoco, quella vita nell’acqua, ma allo stesso tempo sento quella fastidiosa sensazione di “sequestro di persona” e così esclamo “Ok, perfetto, grazie, possiamo tornare in sala”. Immediatamente Giulia e Zeno si rilassano.

Io continuo a fissare la fontana, le nuvole, loro riflessi nell’acqua, le ninfee. Il grandangolo spinto (15mm) non mi aiuta a focalizzarmi su pochi elementi, così cambio focale e passo al 28 della mia fidatissima Leica Q. Ma appena porto la macchina fotografica all’occhio i ragazzi si rimettono in posa. Io dentro di me fremo, perché non voglio quella posa, voglio che siano naturalmente e semplicemente loro.

Sono tentato di smettere, ma ecco che accade qualcosa di inaspettato.

Da un prato lì vicino arrivano correndo tre quattro bambini che attirano l’attenzione della coppia. Uno di essi si ferma poco distante da me, prende un sassolino e lo lancia nella pozzanghera. Onde si formano all’improvviso sull’acqua immobile.

Io all’improvviso sparisco, nascosto dalle risa e dai giochi dei bambini, e Giulia e Zeno tornano nella loro dimensione intima e personale. Fanno per tornare alla sala. Ma io sono ancora lì.

Ecco il momento che aspettavo.

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Written by Massimo Allegritti

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