Quello che non vediamo

Qualche settimana fa ho ricevuto la telefonata da una amica, la quale mi ha proposto di partecipare, vestendo il ruolo del docente, a un progetto indirizzato a ragazzi di seconda e terza media.

L’idea era quella di insegnare ai ragazzi a guardare il proprio quartiere con occhi diversi, “alla scoperta della realtà”. Non un corso vero e proprio di fotografia, ma spiegare loro come la fotografia può essere strumento per osservare il mondo, goderne la bellezza, riscoprirlo.

La sfida era interessante e ho deciso di accettarla, ma ricordo molto bene cosa dissi a Barbara: “Non lo faccio per i soldi, nè lo faccio per la visibilità: lo faccio perché può essere una opportunità per me per riscoprire la fotografia per quello che essa è veramente”.

Ora immaginate un quarantenne abituato a lavorare nel suo studio, da solo, con solo Chopin a fargli compagnia, in una stanza gremita di dodicenni in tute griffate, urlanti e con la testa nello smartphone. Ammetto che la prima reazione è stata “ma che ci faccio qui?”, ma ormai ero dentro e dovevo andare avanti.

La mia attenzione si è soffermata su un ragazzo in particolare, che chiamerò Luca. Luca ha la tuta della nike griffata, è alto, biondo, ha i lineamenti di un ragazzo che sta diventando uomo, le spalle ben definite, lo sguardo duro e fiero, ma quando parla esce una vocina flebile, delicata, di un bambino.

Luca mi tira letteralmente scemo. Durante i 90 minuti della lezione mi da continuamente le spalle, interferisce, accende discussioni sul fatto che sia meglio la penna blu invece della rossa, ogni tanto mi getta qualche sguardo come a indagarmi, a capire come posso reagire.

Stremato, finisco quasi gettando la spugna lasciando un compitino, sperando che facciano qualcosa: “Tornate a casa e fotografate quello che vi colpisce, la prossima volta le vedremo insieme”.

Passano le due settimane e mi arrivano da Barbara le foto dei ragazzi.

Tra le foto tante cose belle: un parchetto, un cane, un boschetto, i propri genitori. Poi ce n’è una di Luca.

Si, Luca, proprio lui, quello che per 90 minuti mi guardava annacquato con il braccio completamente steso sul banco e il viso rovesciato a metà in una storta visione del mondo. Eppure, qualcosa deve essere accaduto, dentro di lui, perché un pomeriggio, dalla finestra di casa sua, ha scattato questa foto.

Luca non ha fatto un compitino. Luca non ha fatto questa foto perché qualcuno gli ha detto di farla. No.

Io me lo immagino in casa, annoiato tra un compito da fare e una chat di gruppo, che ciondola per casa. Poi all’improvviso passa davanti alla finestra della sala, il suo occhio è attirato dalla luce calda, esce sul balcone.

E davanti a quello spettacolo torna in casa, prende il cellulare, e scatta una fotografia (e pure ben composta).

Luca, che non gli avrei dato una possibilità una, è la dimostrazione che “L’essenziale è invisibile agli occhi”, ossia che il suo desiderio di bellezza, di infinito, di chiamatelocomevipare, è una cosa che non possiamo vedere (anzi lui ce lo nasconde perché quasi se ne vergogna), ma che c’è e che viene fuori dirompente quando messo di fronte a qualcosa al quale non può dire di no.

Ed è’ un desiderio presente in ciascuno di noi, nascosto tra le pieghe della felpa, tra le pagine dei libri, infilato tra le email di lavoro. Dobbiamo solo tirarlo fuori, combattendo la pigrizia e la paura di risultare fragili al mondo, ma sentendoci finalmente più liberi.

Written by Massimo Allegritti

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